e! Exedre.org: software libero e altre amenità
di Emmanuele Somma
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Copiare software non è un reato! Copiare software non è un diritto!

Come responsabile della condanna e censura dello spot contro la pirateria realizzato dalla Business Software Alliance, l'alleanza dei principali produttori di software proprietario tra cui Microsoft, Adobe, Apple e IBM, mi sento in dovere di tornare sull'argomento per affrontare un problema correlato
Gennaio 2003

Una retrospettiva degli ultimi anni dell'antipirateria è contenuta nel Pluto Journal, dove Marina Sturino, riassume le iniziative della BSA ( www.pluto.linux.itt/journal/pj0204/bsa.html ). L'articolo è però titolato ``Copiare software è un diritto'' quasi a dare voce alla richiesta, viva nella Comunità del Free Software, di garantire uno status legale al Free Software. Anche se è solo la titolazione dell'articolo ad essere fuorviante.

Che la semplice affermazione che ``Copiare software è un reato!'', come pretendeva di dire la BSA, sia una espressione ingannevole e censurabile è ormai chiaro a tutti (persino alla BSA stessa). Ma che ``Copiare software è un diritto!'' non solo sia altrettanto ingannevole ma anche forse controproducente forse va chiarito, prima tra di noi.

Come sostenitori di software liberamente copiabile perché libero per sua natura, possiamo sostenere questa affermazione. Possiamo riconoscere alla copia del software uno status di diritto positivo - cioè creato dall'uomo nell'ambito delle proprie leggi. Eventualmente in un nucleo di nuovi (e non sempre chiari) diritti positivi raccolti intorno all'alveo delle iniziative digitali.

E ciò senza confliggere con l'attuale status della proprietà intellettuale ma minandone però gli arrischiati ``balzi in avanti'' a danno dei cittadini che iniziative come l'EUCD/DMCA, il TCPA/Palladium e l'introduzione dei brevetti per il software ci fanno già intuire.

Tutto questo è possibile, forse è necessario, per realizzare una confine invalicabile da quelle realtà che sullo sfruttamento dei diritti di proprietà intellettuale, come il lavoro creativo o il risultato di ricerche scientifiche, fanno se non l'unica fonte del proprio reddito operativo.

Chiediamoci però se accontentarci di questi diritti palliativi non è però cadere in una trappola.

Il problema, infatti, non è quello del consumo dei beni (digitali) altrui quanto piuttosto la protezione delle nostre stesse produzioni, anche minime. Ma proprio perchè libere, ulteriormente migliorabili e completamente a disposizione della Comunità, aggregabili in quantità talmente significativa da divenire, in tempi brevi, una significativa alternativa alla produzione ``ufficiale''. Basti pensare al livello pietoso dell'attuale panorama musicale e confrontarlo con l'effervescenza della scena indipendente.

Il free software e l'editoria su web, ma anche la musica indipendente su scala forse più ridotta, hanno già dimostrato come l'antica suddivisione tra produttori e consumatori è sempre più sfumata nella società digitale. A meno di non introdurre surrettizie divisioni tra chi è legittimato a produrre e chi deve limitarsi a consumare (sia pure con qualche diritto). Ciò è esattamente quanto che vuole l'industria: legittimare i propri prodotti non per la loro qualità ma in base ad una `patente' che permetta a loro, e solo a loro, di produrre - vendere - guadagnare.

Più che dei diritti di consumo perciò dovremmo occuparci dei nostri individuali diritti di produzione negati, cito solo quelli relativi alle clausole di `espropriazione' del lavoro d'ingegno contenuti nei nostri contratti collettivi o individuali di lavoro come dipendenti di aziende pubbliche o private, che spesso estendono, non si sa perchè e in base a quale logica considerazione, la proprietà intellettuale del datore di lavoro anche a quanto realizzato dal dipendente fuori dall'orario di lavoro e in campi assolutamente differenti, ponendo spesso vincoli illogici alla loro concessione. Per non parlare delle norme fiscali che di fatto impediscono la commercializzazione 'onesta' di quanto `ingegnosamente' prodotto.

Il crollo della società degli intermediari non avverrà a causa del consumo facile e diffuso, come con Napster, Gnutella e il P2P, ma quando, come il free software ci sta insegnando, sarà la produzione dei beni digitali a sfuggire alle maglie della distribuzione guidata. Linux ha già sfatato il mito del consumo eterodiretto dalla pubblicità. Il prossimo passo sarà sfatare il mito della necessità degli intermediari industriali per garantire la qualità dei prodotti.

Se le nostre leggi ci garantiranno che tutto quanto siamo in grado di produrre sia tutelato concretamente, senza bisogno di sovrastrutture intermediarie, tutto il resto potrebbe venire di conseguenza.

Emmanuele 'exedre' Somma

"Copiare software non è un reato! Copiare software non è un diritto!" ( http://www.exedre.org/exedre/cnoright/cnoright.shtml )
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